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GABRIELE CROZZOLI E L’ARTE DI FOTOGRAFARE STORIE

Gabriele Crozzoli è un fotografo triestino freelance specializzato nello storytelling. In questa intervista ci rivela cosa significa raccontare delle storie attraverso la fotografia, spiegando come si è avvicinato a questo mondo e in cosa consiste il suo mestiere. Nell’intervista Gabriele ci parla anche della sua esperienza con la Canon R6, la nuova mirrorless dalle prestazioni eccezionali che ha avuto l’occasione di utilizzare durante uno dei suoi ultimi servizi fotografici per una serie di eventi sportivi.


La mia passione per la fotografia nasce ai tempi del liceo quando presi in prestito una Canon FTb, la prima macchina fotografica professionale che abbia mai usato. Fotografi però non ci si improvvisa e perciò, quando decisi di intraprendere questa carriera, iniziai a frequentare dei workshop. Nel 1979 si svolse un grande evento a Venezia che durò tutta l’estate. Si chiamava Venezia ’79 – La Fotografia ed era tenuto da personaggi di spicco del panorama internazionale. Lì ho avuto la fortuna di imparare la tecnica dai migliori maestri della fotografia contemporanea come Franco Fontana, Gianni Berengo Gardin e Fulvio Roiter, i quali mi hanno regalato consigli preziosi e mi hanno dato una mano a livello tecnico. Da giovane ho avuto anche l’occasione di conoscere Fedele Toscani, uno dei fotoreporter storici del Corriere della Sera e padre del celebre Oliviero Toscani. Mi reputo fortunato ad avere conosciuto questi professionisti, perché ai miei tempi non c’erano scuole di fotografia come adesso. Una volta ci si faceva le ossa leggendo molto e imparando dai migliori. Io rubavo con gli occhi e con le orecchie.


Anche il cinema mi ha dato tanto. A Roma infatti, ho lavorato per quattro anni con Equipe Reporter, agenzia fotografica che mi ha permesso di entrare in contatto con il mondo del cinema. Scattavo nei set cinematografici e nei backstage, raccontando le storie degli attori e dei personaggi. Uno degli ultimi set in cui ho lavorato è stato La Porta Rossa, una serie TV girata proprio a Trieste.
Lavorare per il cinema è stata un’esperienza che mi ha dato molte soddisfazioni: le mie foto sono state pubblicate anche su testate importanti come il Venerdì di Repubblica, Max e Amica, talvolta anche in copertina. Durante quegli anni ho conosciuto molti registi (tra cui Giuseppe Bertolucci) e direttori della fotografia eccezionali come Vittorio Storaro, vincitore di tre premi Oscar. Ne sarò sempre enormemente grato, poiché loro non solo mi hanno trasmesso l’amore per il cinema, ma mi hanno anche insegnato a raccontare una storia attraverso le immagini.


Oltre al cinema, mi è sempre piaciuto fotografare paesaggi e architettura, passione che mi è stata trasmessa da Ansel Adams, fotografo paesaggista statunitense. Non lo conoscevo di persona, ma per me è stato una vera fonte di ispirazione. Negli anni infatti, ho lavorato come fotografo paesaggista nel settore turistico collaborando con molte testate, tra cui la redazione spagnola di National Geographic. Per loro ho realizzato vari reportage sulla storia di luoghi esotici come l’Egitto. Attraverso la tecnica dello storytelling raccontavo con una sequenza di immagini le storie e le emozioni di una determinata area geografica.
Ho partecipato inoltre a una serie di progetti a lunga scadenza legati a mostre e libri fotografici, e al mercato dell’arte: settori di nicchia ma sempre in grande fermento. Uno degli ultimi servizi che ho realizzato è stato per una mostra fotografica dedicata a un progetto sulla distribuzione dell’acqua nel mondo. Sono andato a documentare la costruzione di pozzi d’acqua in Zambia e per lo stesso progetto abbiamo in programma altri Stati dell’Africa. Con il mio lavoro viaggio sempre molto, non sono mai stanziale.


Mi occupo anche di fotografia industriale che mi consente di seguire progetti a lungo termine. Ho raccontato, ad esempio, la costruzione del borgo di Portopiccolo e del nuovo parcheggio dell’Aeroporto di Trieste. Quando si vuole usare la fotografia per parlare di un progetto di questo tipo, non bisogna limitarsi a fotografare gli edifici e i paesaggi che mutano, ma anche le persone che ci lavorano dietro. È molto importante per riuscire a trasmettere delle emozioni.


LA CANON R6

Recentemente ho avuto anche l’occasione di lavorare con lo sport. Questa estate ho documentato una serie di eventi sportivi che vanno dal canottaggio alla vela e l’atletica, durante i quali ho utilizzato la Canon R6, una macchina molto indicata per la fotografia sportiva. È progettata per fotografi esperti ma è comunque facile da usare, molto istintiva ed ergonomica come tutte le Canon. Le foto hanno una qualità e una nitidezza tali che la macchina sembra diventare quasi un’estensione naturale dell’occhio, con una velocità di scatto e una messa a fuoco eccezionali, caratteristiche indispensabili per le foto sportive.

Ho immortalato questi eventi sportivi sia di giorno che di notte e la Canon R6 lavora benissimo anche in condizioni di luce scarsa. Per quanto riguarda le ottiche ho avuto modo di provare il Canon RF 24-105 mm F4L, mentre per le altre lunghezze ho usato l’anello adattatore che consente di usare le ottiche EF: in entrambi i casi i risultati mi hanno soddisfatto pienamente. Per rappresentare questi eventi ho raccontato con una serie di immagini non solo i gesti atletici noti all’immaginario collettivo, ma ho prestato particolare attenzione a sequenze fotografiche più introspettive sia degli atleti, sia dello staff dei loro team.


Per fare storytelling con la fotografia però, non si può improvvisare. Esattamente come uno scrittore, il fotografo si deve documentare prima di iniziare a scattare, perché deve avere le idee chiare su cosa andrà a immortalare. Occorre inoltre decidere in anticipo anche l’inquadratura, l’apertura di diaframma e il tempo di posa ed avere la prontezza di creare velocemente la composizione. Il lavoro del fotografo è un po’ come un gesto atletico, bisogna essere sempre concentrati su quello che si fa. Non basta fare click per saper raccontare una storia con la fotografia.

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