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Intervista a Giulio C. Ladini

Premio PANALIGHT CINEMA│TECH BZ48H - short film contest 4°edizione

Abbiamo intervistato Giulio Ladini filmmaker amico da molti anni di Attualfoto.

Nato a Trieste nel 1993, Giulio ha mosso i suoi primi passi grazie ad una Canon 600d acquistata nel nostro negozio. Oggi Giulio è un Filmmaker con molti lavori all’attivo e vari premi vinti che sta per aprire il suo studio di produzione.



Ricordare, portare al cuore - drammaturgia di Marco Ongaro e Paolo Valerio - Regia di Giulio C. Landini


Attualfoto: Giulio, hai iniziato a lavorare da ragazzo come videomaker ed oggi, a distanza di qualche anno sei diventato un filmmaker, raccontaci quali sono le differenze tra questi ruoli e cosa ti ha portato a fare questo upgrade lavorativo.

Giulio: Il lavoro del filmmaker è quello di mettere assieme esperienze, visioni e persone con il fine di creare un prodotto finito: una storia da raccontare.

Il videomaker o il content creator come si usa dire nell’ambito social, è una figura che si occupa in prima persona di riprese, montaggio e produzione. Negli anni l’esperienza e la formazione mi hanno portato a ricercare il linguaggio del filmmaker, un modo più completo e strutturato per raccontare la realtà tramite documentari o cortometraggi.

 

Attualfoto: Come è iniziata la tua passione e la tua voglia di trasformare la tua passione in lavoro?

Giulio: Tutto è iniziato in maniera molto naturale, la passione per il cinema è diventata amore quando avevo 20 anni. Improvvisamente avevo capito di amare questa arte e di voler tradurre questa passione in una sorta di percorso di vita che mi concedesse la possibilità di creare immagini e storie.

Ho iniziato facendo l’unica cosa possibile per un ventenne, acquistare una Canon 600d con un obiettivo 18-55 e registrare tutto quello che il mio cervello e la mia creatività mi suggerivano.

Ho cominciato a realizzare dei piccoli cortometraggi in cui, chiaramente, mi occupavo di tutto, anche di recitare! Facevo davvero di tutto, dall’attore al regista, dall’operatore al fonico ed infine mi occupavo del montaggio. Tutto era importante per poter mettere le mani in pasta ed accumulare esperienze.

Ad un certo punto mi chiesi se avessi dovuto frequentare una scuola di cinema o lavorare sul campo, ho scelto la seconda e sono contento di questa scelta. Ho avuto la fortuna di incontrare ad un festival a Capodistria un filmmaker con 15 anni di esperienza che ha raccolto il mio entusiasmo e mi ha accolto come assistente. Per quattro anni l’ho seguito ed ho cercato di imparare al massimo.

Ho partecipato ad una delle migliori produzioni slovene che mi ha formato moltissimo. Queste esperienze mi hanno permesso di entrare dentro la realtà del filmmaking e di mettere in pratica le mie idee e ciò di cui ero ispirato. Per fare questo lavoro devi essere curioso, ho ingurgitato tonnellate e tonnellate di film, soprattutto della generazione degli ani ‘80-’90, una generazione di registi che non avevano seguito accademie o scuole di cinema ma appassionati e divoratori di cinema che erano riusciti ad acquisire dei linguaggi e trasformare le loro idee in creazioni. Avendo questo tipo di cinema nella mia testa, registi come Tarantino per intenderci, ho cercato di intraprendere questo percorso fatto di tanto studio e di tanta pratica; questa scelta mi ha portato a diventare un libero professionista e ad aprire il mio primo studio.

 

Attualfoto: Come è cambiato l’approccio da appassionato a professionista?

Giulio: Cambia sostanzialmente il fatto che il lavoro diventa ciò che ti identifica. Se un hobby è un’attività che si affianca ad un lavoro e che riempie la tua vita, rendere la tua passione un lavoro vuol dire che quello che fai ti identifica come persona. Fare della passione un lavoro ti permette di identificarti completamente nel lavoro, in quanto all’interno di esso saranno convogliati sia tutti gli aspetti creativi ma anche quelli più razionali, emotivi ed energetici.

 

Attualfoto: Una passione divenuta lavoro inibisce la creatività?

Giulio: Guarda ti citerò una persona che non c'entra assolutamente niente con questo mondo, Antonia Krugman. Ho avuto il piacere di intervistarla recentemente per un progetto e lei mi ha detto queste parole: “volevo rendere la creatività il mio lavoro ma il prezzo che ho pagato per fare questo è stato di diventare imprenditore cioè diventare qualcuno che è padrone di se stesso sotto tutti gli aspetti.”

Questa frase è un po scolpita dentro di me perché ho capito qual’era il modo per tenere bilanciato tutto quanto. Fare un lavoro creativo ed essere allo stesso tempo un professionista è un qualcosa che richiede di trovare un punto d'incontro fra molteplici aspetti e molteplici skill.

Essere solo creativi vuol dire essere artisti, esprimersi unicamente come artisti devoti esclusivamente alla creazione. Essere professionisti in un campo commerciale vuol dire essere imprenditori ovvero diventare coscienti di molteplici fattori. Fare un lavoro creativo per mestiere vuol dire incontrarsi al centro di tutti questi percorsi che partono dalla creatività per arrivare a tutti i temi pratici, amministrativi ed organizzativi.

Essere creativo e poterlo fare anche per mestiere non vuol dire solo identificarsi col tuo lavoro ma diventare espressione di quello realizzi. Questo richiede un tipo di coinvolgimento differente da quello che può avere invece un hobbista. Da semplice appassionato non hai responsabilità se non la tua passione e l'onestà con cui tratti la tua passione. Un professionista invece vai incontro ad una serie di dinamiche che ti portano a ricercare un equilibrio fra tutti gli aspetti creativi, organizzativi ed economici.

 

 

40 FINGERS - Antonio Vivaldi - Estate - Diretto da Giulio C. Landini

 

Clicca qui per leggere la seconda parte dell'intervista

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